LE MOTIVAZIONI DELLE SEZIONI UNITE IN TEMA DI CONTINUAZIONE TRA REATI PUNITI CON PENE ETEROGENEE

Cass., Sez. Un., sent. 21 giugno 2018 (dep. 24 settembre 2018), n. 40983, Pres. Carcano, Rel. Lapalorcia, imp. Giglia

  • Con la sentenza in epigrafe le Sezioni Unite hanno affermato il seguente principio di diritto in materia di continuazione e in pratica sono state chiamate a rispondere al quesito “Se nella continuazione tra reati giudicati con rito ordinario e altri con rito abbreviato la riduzione di un terzo della pena, a norma dell’art. 442, comma 2, c.p.p., debba essere applicata solo ai reati giudicati con rito abbreviato” .
  • Un primo orientamento rileva che in caso di riconoscimento della continuazione tra reati giudicati con rito ordinario e altri giudicati con rito abbreviato, anche se sono quelli giudicati con rito alternativo ad integrare la violazione più grave, la diminuzione per il rito si applica solo per tali reati e non su quelli satellite giudicati con il rito ordinario. Mentre un secondo orientamento si fonda sull’assunto che nel caso di riconoscimento della continuazione nelle ipotesi sopra contemplate, se la violazione più grave è un reato giudicato con il rito abbreviato, la riduzione di un terzo della pena deve essere operata per tutti i reati, come ultima operazione aritmetica da eseguire sulla pena complessiva determinata aumentando la pena base per la continuazione con i reati satellite. preso atto del radicato contrasto esistente in giurisprudenza, ha rimesso la questione alle Sezioni Unite, perché si pronunciassero sul seguente quesito di diritto
  • Sconfessando l’orientamento maggioritario seguito dalla giurisprudenza, e accolto anche nell’ordinanza di rimessione, la Corte ha aderito all’opposto indirizzo ermeneutico, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto, ritenendo corretto il primo orientamento: la natura di diminuente processuale della riduzione prevista dall’art. 442, comma 2, c.p.p., sottolineata anche dalla Corte costituzionale, fa sì che il beneficio possa essere concesso solo alle sanzioni inflitte ai reati giudicati con il rito alternativo per scelta dell’imputato. Ne consegue che risulta evidente il principio di premialità che caratterizza i procedimenti diversi da quello ordinario che riducono i tempi della giustizia.
  • Appare evidente e decisivo che su tale decisione incidono anche l’autonomia dei procedimenti sui reati fra i quali vi è la continuazione e la scelta dell’imputato che decide di seguire una strada più economica a livello processuale.
  • In definitiva, l’applicazione della continuazione tra reati giudicati con rito ordinario ed altri giudicati con rito abbreviato comporta che soltanto nei confronti di questi ultimi deve operare la riduzione di un terzo della pena a norma dell’art. 442, comma 2, c.p.p.
  • E ciò presumibilmente perché negando con convinzione il potere del giudice dell’esecuzione di rettificare in aumento le pene previste per i reati-satellite dal giudice della condanna. Le Sezioni Unite sono giunte a questa soluzione valorizzando una pluralità di argomenti, tra loro eterogenei, ma convergenti nel dimostrare l’impossibilità di applicare in sede esecutiva un regime sanzionatorio per il condannato. Il primo criterio che le Sezioni Unite hanno ritenuto d’ausilio nella risoluzione del quesito è quello che incide sulla natura storico-processuale della riduzione della pena e sulla conseguente applicabilità solo alle pene inflitte per i reati giudicati, per scelta dell’imputato, con quel rito, cioè con il rito alternativo: l’autonomia dei procedimenti e l’applicazione del principio di premialità esigono che la diminuente venga riconosciuta esclusivamente in relazione al rito celebrato in forma contratta e non sono consentite estensioni della disciplina di favore oltre i casi espressamente stabiliti .
  • Viene ricordato, infatti, chela continuazione, quale istituto di carattere generale, è applicabile in ogni caso in cui più reati siano stati commessi in esecuzione del medesimo disegno criminoso, anche quando si tratta di reati appartenenti a diverse categorie e puniti con pene eterogenee. Segue poi, un’acuta riflessione della Corte sui casi di reati puniti con pene eterogenee (detentive e pecuniarie) posti in continuazione, e delle modalità in cui l’aumento di pena per il reato satellite va comunque effettuato secondo il criterio della pena unitaria progressiva per moltiplicazione, rispettando tuttavia, per il principio di legalità della pena e del favor rei, il genere della pena previsto per il reato satellite, nel senso che l’aumento della pena detentiva del reato più grave andrà ragguagliato a pena pecuniaria ai sensi dell’art. 135 cod. pen.
  • Da ultimo, la Corte nega decisamente la possibilità –– di poter estendere reati sono stati giudicati in un diverso processo, nel corso del quale l’imputato aveva scelto di non chiedere l’ammissione al rito alternativo, per cui non vi è ragione di operare sulle pene per essi inflitte la riduzione di cui all’art. 442, comma 2 cod. proc. pen. che è, appunto, “una diminuente processuale legata ad una scelta operata dall’imputato nel processo di cognizione entro limiti temporali rigidamente fissati dal codice di rito al caso del qua.”
  • Alla luce di tali argomentazioni, le Sezioni Unite hanno pronunciato il seguente principio di diritto: il giudice dell’esecuzione, in sede di applicazione della disciplina del reato continuato, non può quantificare gli aumenti di pena per i reati-satellite in misura superiore a quelli fissati dal giudice della cognizione con la sentenza irrevocabile di condanna”. La soluzione accolta dalle Sezioni Unite non rispetta pienamente non solo la lettera, ma anche lo spirito della disciplina della continuazione in fase esecutiva e, come tale, va condivisa solo in parte. Infatti, se è vero che l’art 671 c.p.p. prevede, quale unico limite per il giudice dell’esecuzione, quello di non superare la somma delle pene comminate con ciascuna sentenza o decreto, è altrettanto vero che l’interprete non può esimersi dal ricercare il significato di una norma facendo applicazione di precisi canoni ermeneutici e non parziali che riguardino cioè singoli reati.
  • Ebbene, dall’applicazione congiunta dei criteri storico, teleologico e sistematico la Corte trae, quale comune denominatore, la necessità di rispettare il principio di uguaglianza piuttosto che quello del favor rei che dovrebbe essere l’unico a prevalere in questa fase, e questo viene tradotto – coerentemente- nell’assoluto divieto di aumenti sanzionatori disposti in sede esecutiva.
  • Trattasi di una soluzione auspicata ma non del tutto scontata, in quanto, a ben vedere, detto orientamento si “autoproclamava” rispettoso del principio di uguaglianza in questione, come plasticamente evidenziato dalle parole dell’ordinanza di rimessione, secondo cui l’aumento di pena dei reati-satellite non comprometterebbe la legittima aspettativa del condannato all’intangibilità in peius del giudicato in quanto “la disposizione dell’art. 671, comma 2, cod. proc. pen. pone il condannato assolutamente al riparo dal pericolo di ogni più gravoso trattamento sanzionatorio finale”.
  • A tale timido – per non dire apparente – rispetto del divieto di reformatio in peius, le Sezioni Unite contrappongono la convincente lettura di un istituto destinato ad assolvere, in tutte le sue declinazioni, la funzione pro reo e pro uguaglianza direi, per cui è stato pensato e introdotto nell’attuale codice di rito.
  • Del resto, la rivisitazione in senso mitigatorio del trattamento sanzionatorio finale prevista dall’art. 671, comma 2, c.p.p. svela la sua autentica giustificazione proprio nella misura in cui involge anche i reati-satellite, espressione di un unico fatto delittuoso avvinto dalla medesimezza del disegno criminoso.
  • La coerenza apparente mostrata dalle Sezioni Unite nell’aver ricercato e applicato la ratio sottesa alla disciplina della continuazione in executivis, si riflette, inevitabilmente, sui connotati del giudizio di esecuzione, che solo in apparenza appaiono ristabiliti nella loro autentica valenza. E infatti, nonostante l’avvenuta rivalutazione dei poteri cognitivi del giudice dell’esecuzione[5] – questione per nulla affrontata dalle Sezioni Unite in quanto non pertinente al caso di specie[6] – il giudice dell’esecuzione incontra comunque, anche per i reati-satellite, l’insuperabile limite derivante dalla pena irrogata dal giudice del merito. La funzione del giudice dell’esecuzione rimane, pertanto, quella di dare esecuzione alle pene, giammai quella di irrogazione delle stesse.

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